SARONNO – Riceviamo e pubblichiamo integralmente il discorso degli delegato del gruppo alpini di Saronno durante la celebrazione del 4 novembre in piazza Cavalieri di Vittorio Veneto

Cento anni fa, nel novembre 1917, l’Italia viveva il momento più difficile della sua storia: dopo due anni di guerra e migliaia di morti, l’Esercito sconfitto a Caporetto, si ritirava dietro il Piave per combattere la battaglia decisiva. La guerra terminò un anno dopo ma la Vittoria era costata un prezzo altissimo e ogni Paese piangeva i suoi Caduti.
Saronno, lontana dal fronte, non subì le devastazioni belliche ma la popolazione dimostrò grande solidarietà verso i soldati. Molte iniziative furono intraprese: l’ospedale militare alla Cascina Ferrara, l’Ufficio Notizie per le famiglie dei militari, la raccolta di fondi per il Comitato milanese per i Combattenti, l’accoglienza ai profughi del Veneto dopo l’invasione nemica di Caporetto.

Nel maggio 1915, Saronno contava tredicimila abitanti: milleduecento di loro, tutta la popolazione maschile tra i quaranta e i diciotto anni, venne chiamata alle armi.I Saronnesi soldati furono soprattutto Fanti, ma anche militari nel Genio, in Sanità, in Cavalleria, mitraglieri, bombardieri, artiglieri, marinai, guardie di finanza, aviatori, carabinieri, bersaglieri e alpini.
Molti furono feriti, più di cinquanta rimasero mutilati o invalidi. Duecento non tornarono più dalla guerra: caduti al fronte, morti negli ospedali per ferite o malattie e nei campi di prigionia sparsi per mezza Europa, dove centomila Italiani persero la vita, abbandonati dalla Patria che li considerava vili e traditori.

I nostri Caduti furono anche eroi, ma la maggior parte di loro erano vittime inconsapevoli del loro destino. Erano uomini di provenienza diversa, ma furono uniti dalla stessa sorte: morire nel fiore degli anni per una causa che faticavano a comprendere. Ricordiamoli oggi, 4 novembre anniversario della Vittoria, con i versi di questa poesia:

Ho scritto pensieri custoditi tra le rughe di mia madre,
in attesa sulla soglia.
Ho pianto la mia giovinezza nel buio
di notti solitarie a guardia delle trincee
Di me è rimasto solo un cippo imbiancato dal tempo,
Del mio giaciglio sotto l’abbaino,
del mio rastrello appoggiato al muro,
della mia vita di ragazzo di montagna
non è rimasta nemmeno una croce.
Il mio nome è fiamma accesa che scalda la memoria,
ciocco di legno che sorregge la storia.
Il mio nome è in chi mi ricorderà

05112017