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Visto da Varese, quel “patto delle pennette” tra Lega Nord e Pds

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di EZIO MOTTERLE
Se mai dopo il voto del 4 marzo dovesse nascere un’intesa, pur forzata dalle circostanze, fra centrodestra e centrosinistra, tornerebbe d’attualità un precedente – d’altri tempi e su tutt’altri piani, d’accordo – che 25 anni fa diede vita in Comune a Varese, sulla base di una coalizione Lega-Pds, alla storica alleanza trasversale tra i due fronti, facendo nascere la prima amministrazione di un capoluogo di provincia guidata da un sindaco leghista. Il tutto sulla base di un accordo tra forze sempre rimaste, poi, su schieramenti opposti, tanto più adesso, dopo la linea politica indicata dalla segreteria federale leghista e il patto tra alleati che esclude alleanze verso sinistra. Era dunque il gennaio 1993 quando il professorino-filosofo Raimondo Fassa venne eletto primo cittadino. Alla Lega di Roberto Maroni, che aveva ottenuto 17 consiglieri su 40 (si votava ancora col sistema proporzionale), servivano 4 voti per fare maggioranza. Tre arrivarono dall’allora Pds di Daniele Marantelli, oggi deputato del Pd, già definito “leghista rosso” per l’abilità nel tessere dialoghi in terra padana, il quarto fondamentale consenso fu quello di un indipendente della lista Pri. A quell’accordo tra Lega Nord e Pds diede il via libera Umberto Bossi in persona, con una telefonata che Maroni ricevette nel primo pomeriggio su un ingombrante cellulare dentro un bar tavola calda di via San Martino, pieno centro di Varese, dove stava consumando con un cronista il pranzo, un fumante piatto di penne al sugo. Nelle ore successive l’intesa si perfezionò. Da allora lo storico accordo, che durò soltanto qualche mese e non fu mai più ripetuto a livello locale, e tantomeno nazionale, fu ricordato come il “patto delle pennette”. Bobo si alzò soddisfatto della sua Lega “nè di destra nè di sinistra”, come disse allontanandosi a piedi verso Palazzo Estense. Il segnale politico nato davanti a quel piatto di pastasciutta, pur lontano da Roma, nel cuore del profondo nord, secondo alcuni un quarto di secolo dopo potrebbe diventare nuovamente appetibile, alla luce di un complicato risultato elettorale, per un eventuale “menu d’emergenza” da servire a Palazzo Chigi, ambiente che Maroni, in quegli anni vice-premier, conosce tra l’altro molto bene. Fantapolitica? Si vedrà.

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