SARONNO – Riceviamo e pubblichiamo la nota firmata dal consigliere comunale Alfonso Indelicato dal titolo “Le Foibe? E’ cambiato qualcosa?”

Ci si può chiedere se, nell’approccio dei media, della scuola, della cultura, della gente comune, nei confronti delle Foibe e dell’Esodo, sia negli ultimi anni cambiato qualcosa. Qualcosa, intendo, rispetto al muro di silenzio variegato di odio che per decenni ha circondato questi temi.
Direi che qualcosa, sì, è cambiato. Passi avanti se ne sono fatti, sia in direzione della divulgazione dei fatti, sia in quella di una trattazione più vasta e più varia, che eviti il pericolo della ritualistica ripetitività, dell’anno-dopo-anno che ritorna.

Per esempio l’articolo di Gian Antonio Stella sul Corriere dello scorso 6 febbraio scopre un Sergio Endrigo fuori dal cliché del cantautore occupato in temi amorosi ma personalmente impegnato a sinistra, e indica all’anziano lettore (quello più giovane manco sa chi è, il cantante esule da Pola) la canzone “1947”, definendola “struggente” e “stupenda”. E così viene in mente che Endrigo dedicò all’Esodo anche un altro brano, l’”Arca di Noè”, in cui si dice che “una città si è perduta nel deserto, la casa è vuota non aspetta più nessuno, che fatica essere uomini”. La città è Pola, la casa rimasta vuota è quella degli Endrigo, ed essere uomini è particolarmente faticoso quando si deve lasciare la propria terra per non essere gettati vivi in una fossa, ma quando ragazzini lo ascoltavamo non conoscevamo questi retroscena, erano tabù, e consideravamo Endrigo come un imbronciato autore di nenie tristi e un po’ puerili. E chissà se il ricordo del cantante di ieri sera al Festival di Sanremo c’entra qualcosa con il suo dramma di esule, se non altro per la coincidenza con la data del 10 febbraio. Forse è troppo ottimismo pensarlo, ma chi sa mai.

Sempre in tema di artisti si deve ricordare Simone Cristicchi, che oggi mette in scena a Saronno il suo dramma “L’Esodo”. Ha giocato ai dadi la sua bella immagine di cantautore di successo Cristicchi, prendendosi cura da anni dei morti infoibati, ma non sembra aver pagato troppo: non è stato inghiottito nell’oblio come è successo a Povia, segno che la Kultur sinistrorsa il boccone delle foibe ha cominciato a digerirlo. Ma non c’è, sul piano del dramma, soltanto Cristicchi. C’è l’emozionante dramma “Gulia” scritto dalla giornalista Michela Pezzani per la regia di Andrea Castelletti, che gira da anni le sale, come pure “Rumoroso silenzio” del Giovanissimo Luca Andreini.

Qualcosa è cambiato anche nei manuali scolastici. Oggi la tendenza è a non espungere e non mistificare, se mai a circoscrivere il tema: una mezza paginetta collocata in un contesto di stragi e spostamenti di popoli dove la nostra tragedia un poco si sperde. Ma è comunque meglio così di quanto accadeva alcuni anni fa, quando gli infoibati venivano ammazzati due volte: prima dai titini e poi dagli autori dei libri.

Certo rimangono resistenti sacche di odio. Centri sociali, comunisti duri e puri, gli iscritti all’Anpi che, sfidando le fatali leggi di natura, ringiovaniscono invece di invecchiare, negazionisti e riduzionisti vari. Sopravvivono alcuni stereotipi fra i quali l’acuta osservazione “nelle foibe sono finiti anche persone innocenti, non solo dei fascisti”. Come se il solo fatto di essere fascista meritasse la sorte di essere gettato vivo, con i polsi piagati dal filo spinato, in una buia fossa dove lentamente morire. Come se fra i fascisti non ci fossero persone per bene, ragazzi spinti da un ideale.

Non importa. La strada è forse intrapresa, o è meno impervia di prima. Questa settimana partecipo come relatore o organizzatore a quattro iniziative sulle Foibe e sull’Esodo: segno che l’interesse è tanto. Forse possiamo utilizzare un verso della canzone “1947” di Endrigo: “è troppo tardi per ritornare ormai”. Forse è troppo tardi per ritornare in quelle terre un tempo insanguinate: ci si soggiorna usualmente da vacanzieri inconsci di cosa avvenne. Ma è forse troppo tardi anche per ritornare alla mistificazione e alla calunnia. Sia pace ai poveri morti ammazzati, e onore al laborioso e onesto popolo giuliano-dalmata strappato alla terra dei padri.

(foto archivio)

10022018

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