SARONNO – Riceviamo e pubblichiamo il “racconto di fantasia ma verosimile di Alfonso Indelicato responsabile Comunicazione dell’Associazione Europea Scuola e Professionalità Insegnante”

La professoressa Cicolella, seduta alla cattedra, osservava pensosa la sua I D. Aveva appena terminato l’appello, e i ragazzi si trovavano nella condizione – gli insegnanti la conoscono bene – simile a quella che immediatamente precede un incontro di lotta libera, quando i contendenti scaldano i muscoli e si lanciano sguardi in tralice. Le fanciulle in fiore avevano messo i trucchi sul banco, e tranquillamente si imbellettavano guardandosi negli specchietti e facendo le loro smorfiette. I maschi ruspanti ridacchiavano guardando chissà che cosa (ma era molto meglio non sapere cosa…) sui cellulari. La professoressa Cicolella volse lo sguardo al cielo nuvoloso fuori dei finestroni. Decisamente quello sarebbe stato un anno scolastico molto, molto impegnativo.
E pensare che la scuola, come da sacro Ptof, aveva fatto di tutto per accogliere i nuovi ragazzi in modo amichevole, evitando loro qualsiasi stress. Il primo giorno la professoressa li aveva accompagnati nello “scuola tour” per mostrare loro ogni locale dell’istituto: oltre all’aula che li avrebbe accolti stabilmente, la palestra, il laboratorio teatrale, il laboratorio di pittura e scultura, i laboratori di informatica e di lingue, la segreteria didattica e amministrativa, la presidenza (dove la dirigente li aveva accolti con un largo sorriso che a qualcuno era parso un po’ stereotipato), sala professori, bidelleria, cortile anteriore, cortile posteriore e cortile laterale per fumatori. “Quelli non mi piacciono per niente” aveva borbottato la signora Pina, bidella del primo piano dove la classe avrebbe trascorso la maggior parte del tempo, indicandoli a una collega. “Soprattutto quel tipetto là in fondo, quello con il ciuffo arancione”. Si sa che bidelli hanno spesso una specie di radar che gli permette di capire, al primo sguardo, se un primino sarà fonte di guai o meno. I ragazzi si erano trascinati alcuni con fare annoiato o distratto, altri con uno strano sguardo minaccioso, come contemplassero strumenti suppellettili e materiali d’uso con un desiderio di devastare e distruggere più ancora che di depredare. Insomma piuttosto vandali che ladri: a modo loro, dei disinteressati.

Il secondo giorno era quello per il quale il “progetto accoglienza” d’istituto prevedeva una gita. Non tanto a scopo culturale quanto per favorire la reciproca conoscenza, o meglio per “socializzare” come aveva detto l’aristocratica professoressa Cavallo, la quale dopo molte preghiere aveva accettato di accompagnare la Cicolella nell’avventura, avente titolo (su flautata indicazione della stessa Cavallo): “Alla scoperta della nostra città”. In realtà i ragazzi avevano confermato subito le sensazioni dello “scuola tour” quando Hamid, George e Dylan (italiano quest’ultimo) si erano avvicinati a un grosso contenitore per la raccolta urbana della carta collocato circa a metà del Corso, e avevano cominciato a guardarvi dentro con circospezione, poi con curiosità, infine con un senso di attesa, standosene lì con le braccia conserte. Poiché così facendo erano rimasti indietro, la Cicolella era andata trotterellando verso di loro per richiamarli, quando dal contenitore improvvisa si era alzata la fiamma, alta e possente, e accompagnata da una specie di brontolio causato dal risucchio dell’aria. Un commerciante era uscito del negozio con l’estintore in mano, poi erano accorsi due vigili che avevano rimproverato la povera Cicolella di fronte ai suoi studenti (la Cavallo si era elegantemente disinteressata della cosa mettendosi a guardare le vetrine) e steso un verbale. Così era finita, prematuramente, l’esperienza di socializzazione.

Il terzo giorno era stato quello dei giochi psicologici per incrementare l’affiatamento. Il primo di questi consisteva nello scrivere su un bigliettino anonimo una caratteristica del compagno di classe che di volta in volta si collocava in piedi di fronte alla lavagna multimediale. La situazione era presto degenerata: dagli aggettivi scritti si era passati a quelli pronunciati, da questi ultimi alle vie di fatto.

Il quarto era stato il giorno dei questionari, mentre il quinto – ed ultimo della settimana – era stato il giorno dei test per la “verifica delle competenze”. Verso la fine della mattinata, dopo aver riempito di crocette l’ennesimo foglio, George si era alzato in piedi, ancora con la penna in mano. La Cicolella lo aveva notato subito non tanto perché fosse in piedi – circa metà classe lo era e gironzolava per l’aula – ma per l’espressione del volto in cui si fondevano la noia e il disgusto. George è alto e robusto, e poteva permettersi di dire qualsiasi cosa ad alta voce senza temere le rappresaglie dei compagni. L’aveva osservata intensamente e, accompagnando le parole con ampi gesti delle braccia, quasi gridava: “Prof, ma quando facciamo lezione?”

25092018

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