SARONNO – Riceviamo e pubblichiamo il testo integrale del discorso del presidente del consiglio comunale Augusto Airoldi durante la celebrazione del 25 aprile.

“Permettetemi, prima di iniziare il mio intervento, di chiedere a ciascuno di noi di osservare un minuto di raccoglimento in ricordo di Giovanni Lo Porto, delle vittime dei recenti naufragi nel mare Mediterraneo e di tutte le vittime dell’inutile strage che si compie ogni giorno in Medio Oriente e in molti paesi dell’Africa.

Cittadini, Rappresentanti delle diverse Associazioni, Autorità tutte
A celebrazione della totale liberazione del territorio italiano, il 25 aprile (1946) è dichiarato festa nazionale».
Con queste parole un decreto dell’ultimo Governo del Regno d’Italia, il primo presieduto da Acide De Gasperi, dichiarava il 25 Aprile Festa Nazionale: era il 22 Aprile 1946 e pochi giorni dopo l’Italia libera avrebbe celebrato il primo anniversario della sua Liberazione dalla dittatura fascista e dall’occupazione nazista.
A 70 anni da quel 25 Aprile 1945 è grazie alle donne e agli uomini che resero possibile la Liberazione se la Città di Saronno può ricordarla qui, davanti al monumento eretto in memoria dei suoi caduti come nella Città di Feltre, dove questa mattina il nostro Sindaco, dott. Luciano Porro, ha ricambiato la visita del suo collega che lo scorso anno ha commemorato con noi la pluridecorata azione partigiana e il profilo umano di Paride Brunetti, l’indimenticato comandante Bruno.
A lui come al dott. Agostino Vanelli, ma anche a Bruno Ferrario e a tutti i saronnesi che in quegli anni rischiarono o persero la vita nella lotta di liberazione, rinnovo oggi i sentimenti di gratitudine miei personali, del Sindaco, dell’Amministrazione e del Consiglio comunale. Sentimenti che il trascorrere del tempo non affievolisce perché radicati nella comune fede nella libertà e nelle istituzioni democratiche. All’ANPI saronnese e a tutte le associazioni partigiane d’Italia il vivo ringraziamento per il prezioso impegno a difesa dei valori dell’antifascismo, della libertà, della pace e della Costituzione.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ci ha appena ricordato che “la ricerca storica deve continuamente svilupparsi, ma senza pericolose equiparazioni fra i due campi in conflitto nella lotta di Liberazione nazionale dal nazifascismo. La Resistenza, ha affermato ancora Mattarella, prima che fatto politico, fu soprattutto rivolta morale. Questo sentimento, tramandato da padre in figlio, costituisce un patrimonio che deve permanere nella memoria collettiva del Paese”.

Ricordare il 25 Aprile significa, non da meno, dare la possibilità alle nuove generazioni di conoscere la Resistenza nelle sue molteplici sfaccettature, come un fatto i cui confini non possono venire progressivamente sfumati dal trascorrere del tempo, perché storia di donne e di uomini che scelsero di rischiare la vita per la libertà. Ricorda Carlo Smuraglia, Presidente nazionale dell’ANPI in una recente intervista, che la «Resistenza non fu soltanto lotta armata: comprende anche gli scioperi delle fabbriche, il soccorso fornito dai contadini ai partigiani, ai fuggiaschi e ai perseguitati, il rifiuto di aderire alla Repubblica sociale italiana da parte dei militari italiani internati in Germania.

Importantissimo fu il contributo delle donne, che a volte combattevano, ma spesso portavano messaggi e rifornimenti, o curavano i feriti e aiutavano prigionieri e fuggiaschi. E non dimentichiamo quanti sacerdoti e religiosi si opposero alle rappresaglie o aiutarono i partigiani, pagando a volte con la vita. È vero -conclude Smuraglia- che la Resistenza non conquistò allo stesso modo tutto il popolo italiano, ma guai considerarla opera di una ristretta minoranza».

La Liberazione dal giogo nazifascista costituì uno spartiacque tra ventennio fascista e guerra da una parte e l’avvio del percorso democratico dall’altra. Giuseppe Dossetti, che fu partigiano, padre costituente e poi fondatore di una comunità monastica che volle a Montesole nei pressi di Marzabotto, non rinunciò mai a sottolineare il nesso inscindibile che esiste tra il 25 Aprile ‘45, il 2 giugno ‘46 e il 1° Gennaio ‘48.

Durante la Resistenza il movimento di liberazione fu costretto ad imbracciare le armi per combattere un regime illiberale, razzista e violento, per cacciare un esercito occupante che con quel regime aveva stretto un patto sciagurato e sanguinario. Fu da quella scelta, dolorosa ma inevitabile, che nacque poi il cammino verso le istituzioni repubblicane.

La scelta per la Repubblica, l’elezione dell’Assemblea Costituente e la promulgazione della Carta Costituzionale affondano quindi le loro radici direttamente nella lotta di Liberazione. E la forza delle istituzioni repubblicane si è così nutrita di una legittimazione popolare scaturita direttamente dal momento più drammatico vissuto nella nostra storia unitaria. Oggi possiamo affermare che quello fu un percorso di rinascita di un popolo, di ritrovata libertà e di pace.

Il Paese oggi è fortemente cambiato, come il contesto internazionale. Viviamo un tempo diverso da allora, ma che ci pone problemi non meno drammatici. Un tempo nel quale, come ha recentemente affermato papa Francesco “si può parlare di una terza guerra mondiale combattuta `a pezzi´, con crimini, massacri e distruzioni” (e di questa guerra vediamo, proprio in questi giorni, le devastanti conseguenze su migliaia di persone).

Ma anche un tempo che ha bisogno di un’Europa meno tecnocratica e più umana, che superi egoismi e nazionalismi che la rendono incapace di una politica collettiva e si assuma tutta la sua responsabilità nei confronti dei Paesi del Mediterraneo (politiche, diciamolo forte, che non comportino, per l’Italia, il tradimento dell’art. 11 della Cost1.); un tempo nel quale le differenze tra i più ricchi e i più poveri sono in continuo aumento; un tempo nel quale il “diritto al lavoro” sancito dalla Costit.2 è lungi dall’essere garantito, soprattutto alle donne e ai giovani. Un tempo che, purtroppo, vede rigurgiti di vecchi e nuovi fascismi.

Quale risposta chiedono oggi queste sfide a tutte le forze democratiche, per non fare dell’odierna commemorazione un ricordo formale, ma sostanzialmente vuoto?

A me sembra che la risposta stia nel percorrere la strada già tracciata dalle forze politiche che, anche dopo lo scioglimento del CLN e pur divise sul governo del Paese, proseguirono nella collaborazione in sede costituente. Forze anche ideologicamente distanti tra loro fecero uno sforzo costruttivo nella ricerca non di un semplice compromesso, ma di un denominatore comune su cui fondare la convivenza civile e il gioco democratico.

Fu un piccolo miracolo laico, che oggi dobbiamo impegnarci a ripetere se vogliamo rispondere efficacemente alle sfide che abbiamo di fronte. Solo così dimostreremo che il sacrificio dei tanti, che oggi commemoriamo, non è stato vano. E che non abbiamo smarrito la loro speranza in un mondo migliore.

Perché oggi è il 25 Aprile, ma il 25 Aprile deve essere ogni giorno.
Buona festa a tutti.

25042015

5 Commenti

  1. Un bel discorso, giusto e che centra i problemi e l’attualità dell’antifascismo, mi piacerebbe riuscisse ad orientare realmente l’azione del suo partito, il PD, che invece va, sia a livello nazionale che locale in direzione opposta…

  2. RIF. http://www.ilgiornale.it/news/politica/tutto-che-boldrini-non-sa-sui-crimini-dei-partigiani-1120620.html

    “Ma la realtà storica è davvero questa?
    C’erano poi i partigiani bianchi, quelli nati nelle associazioni cattoliche. C’era, quindi, chi lottava per una parola data, per mantenere fede a un onore.

    Dall’altra, i partigiani rossi che, va detto, non accelerarono affatto la ritirata tedesca, anzi: la resero ancora più sanguinosa. I continui attentati provocarono continue rappresaglie. Morti su morti.
    Spiace che “chi lottava contro i partigiani stava dalla parte sbagliata”. Spiace perché la realtà è più complessa e, soprattutto, perché ragionando in questo modo si creano cittadini di serie A e cittadini di serie B. Un’Italia giusta e un’Italia sbagliata. Un’Italia dove esistono dei “padroni di casa”, i partigiani, e dove esistono gli emarginati, i repubblichini. E tutto questo a 70 anni dalla fine della guerra civile.”

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