maratoneta alberto tagliabue iran radiorizzontiSARONNO – La mattina del 20 giugno la sede di Radiorizzonti ha accolto un ospite davvero speciale: Alberto Tagliabue, un cinquantaquattrenne saronnese che, nel maggio di quest’anno, ha preso parte alla Silk Road Ultramarathon. E’ una maratona di 250 chilomentri, corsa attraverso l’assolato deserto del Lut, in Iran.
Intervistato da Agostino Masini e Paolo Renoldi durante la trasmissione sportiva “Match Point”, Alberto racconta della sua esperienza nel mondo del running, dalle prime corsette al parco fino al grande evento appena concluso: “L’amore per la corsa c’è da sempre – afferma – la pratico da 11 anni ma il lavoro non mi ha permesso di dedicarmi alla mia passione con costanza fino a 5 anni fa”.
Alberto, che corre per l’associazione “Tartarughe della Kirghisia”, si allena oggi 6 volte alla settimana, seguito da un preparatore atletico.

La passione per le sfide e per la lunga distanza nasce osservando i compagni di società, finchè la curiosità lo porta ad intraprendere la prima maratona “da incosciente”: senza preparazione. Alberto partecipa alla maratona di Milano nel 2005 con alcuni amici. “Sono ar
rivato strisciando sui gomiti – dice sorridendo – e con un tempo scandaloso”: però è arrivato, e l’enorme soddisfazione di tagliare il traguardo è stata un propulsore a proseguire in quella direzione.

Quest’esperienza sembra niente in confronto con quella appena vissuta: insieme ad altri 37 temerari, di cui 12 italiani, si è avventurato in una landa ostile e solitaria, in un percorso partito dalla periferia di Kerman che prevedeva 5 tappe di circa 35 chilometri, più una tappa lunga 80 chilometri.
“Il nemico peggiore è stato il caldo – commenta Alberto – le temperature potevano arrivare fino a 55°C, senza grandi sbalzi dal giorno alla notte, perciò eravamo sempre seguiti da jeep con rifornimenti d’acqua: bevevo in media 8 o 9 litri al giorno”.

Se le condizioni appaiono già di per sé estreme (“per fortuna amo il caldo, forse perché facevo il cuoco”, scherza) in aggiunta gli atleti dovevano gareggiare in completa autosufficienza, dato che gli organizzatori fornivano solo l’acqua. Così in spalla aveva uno zaino di 8 chili con tutto il necessario alla propria sopravvivenza, cibo per tutte le tappe e sacco a pelo. L’abbigliamento, d’altra parte, era leggero: maglietta, pantaloncini, cappello per il sole. Un consiglio per gli atleti era di non lasciare le scarpe fuori dalla tenda di notte per non trovarvi simpatici scorpioni al risveglio.

E la scelta del cibo? Alberto si definisce più “selvaggio” di altri, preferendo non nutrirsi solo di liofilizzati: nel suo zaino anche parmigiano e olio, mocetta e frutta secca, insomma tante calorie in poco peso.

Alla fine di quest’incredibile avventura, al cui termine giungono solo 22 partecipanti, Alberto si classifica secondo, dopo il marocchino Mohamad Ahansal: “un grande campione – lo definisce – un piacere vederlo correre, i suoi piedi sfioravano appena il terreno”. In ogni caso, il traguardo ha visto gli atleti accolti in modo grandioso da una folla di locali: l’emozione è stata grandissima per tutti e ancora una volta la gioia dell’arrivo ha superato qualunque stanchezza, rivelandosi il premio più bello al di là di ogni medaglia.

Giovanna Monti

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