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“Il testamento”: seconda puntata del racconto di Alfonso Indelicato

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SARONNO – Estate tempo di relax e anche per coltivare le proprie passioni. Come ha fatto il consigliere Alfonso Indelicato che ha scritto un breve racconto che ha voluto condividere con i lettori de ilSaronno. Ve lo proponiamo in due puntate.
Ecco la seconda

“Mia cara Anaïs, come era facile, per me e per te, lottare contro quello che chiamavamo il regime democristiano. Erano gli anni sessanta e settanta, ricordi? Come era facile, dicevo, quando avevamo dalla nostra parte i quotidiani, le riviste, le case editrici, il cinema, gli artisti. Quando i premi letterari erano una storia interna della nostra parte, ma ora posso tranquillamente dire: della tua. Quando, se uno di noi finiva in galera per aver messo le mani addosso a un questurino – di solito un povero giovane che rischiava la pelle per uno stipendio da fame – bastava una ben orchestrata campagna di stampa per farlo mettere fuori con tante scuse, e regalargli la corona di martire! E quanti di noi erano a libro paga del grande fratello dietro la cortina di ferro? Io no: almeno di questo obbrobrio sono rimasto innocente.
E ora, cara Anaïs, due parole sulle nostre – ma anche qui posso dire le tue – battaglie sociali. Ricordi i tempi della legge Merlin, quando marciavamo insieme contro lo sfruttamento delle donne da parte dello stato lenone? Fu forse la prima di tante cause meritorie che ci videro in piazza. Ebbene sappi che, in cuor mio, ho sempre considerato il casino come un’istituzione benemerita, sostegno della famiglia e della società”.
A questo punto Anaïs, che da qualche minuto si era fatta rossa rossa in viso e stringeva le labbra come a voler trattenere parole audaci, emise una specie di rantolo e svenne.
Non crollò dalla sua poltroncina, ma si accasciò sul bracciolo destro con la testa e le braccia spenzoloni, e in quella posizione rimase.
Il notaio Codicillo, senza scomporsi, premette un pulsante sulla scrivania e di lì a pochi secondi la porta si aperse, lasciando entrare la segretaria di prima.
Questa trasse dal taschino il flaconcino dei sali e lo collocò sotto il naso di Anaïs; poi, quando le smorfie sul viso di questa fecero intendere che si stava riprendendo, cominciò a darle delicati schiaffetti su entrambe le guance.
“Mena! Mena quella stronza!” urlò allora la donna che Anaïs aveva definito “una montanara zotica che la sorte aveva messo fra i piedi di Aiace”. “Più forte! più forte!” squittì all’unisono quella che era stata da lei definita “sgualdrinella con l’illusione di saper scrivere”. Nel frattempo il notaio Codicillo attendeva silenzioso. I suoi occhi scorrevano sulla lettera di Aiace, anticipandone mentalmente la lettura. Un lieve sorriso era comparso all’angolo della sua bocca.
“Sì, il casino – proseguì il notaio quando la donna intellettuale fu completamente tornata in sé e le altre due si furono acquietate – quel luogo accogliente in cui generazioni di giovani hanno vissuto il loro apprendistato grazie a signorine premurose e pazienti, senza le quali nel talamo nuziale non avrebbero saputo nemmeno da che parte voltarsi! Quel luogo in cui innumeri padri di famiglia hanno trovato piacevole quanto innocuo sfogo agli istinti, e così facendo hanno evitato più impegnative avventure, e di conseguenza la fine dell’armonia familiare, della famiglia stessa! Ricordati in proposito, cara Anaïs, l’aureo detto di Sant’Agostino: “Togli le meretrici dalle cose umane e tutto getterai nel caos delle libidini”. Per conto mio, lo si potrebbe incidere sul portone d’ingresso dei tribunali.”
“Bastardo” borbottò fra i denti la donna interpellata dall’aldilà.
“Ed ora a noi, mia cara, bellissima, giovanissima Rose. Tu hai amato in me lo scrittore – l’uomo non lo potevi certo amare – e hai creduto davvero che io apprezzassi in te la talentuosa benché ancora acerba scrittrice. Ti sbagliavi: io amavo il tuo splendido *** (qui il notaio Codicillo, tacendo, sollevò il dito indice e disegnò davanti a sé una sagoma circolare). Tondo, elastico, aereo, svettante, come sospeso nell’aria, terminante quasi a punta: quel *** (il notaio replicò il gesto) che riusciva perfino a smuovere i precordi di un vecchio, e sovente te ne ho dato prova. Quanto al romanzo che hai pubblicato, e alle critiche che parlavano di te come di una scrittrice promettente, credi che furono assai generose, e in qualche modo da me suggerite. Vedi, una buona recensione, in Italia, non si nega quasi a nessuno, specie se si ha un santo in paradiso: naturalmente, un santo democratico”.
Rosemary fin dalle prime parole a lei indirizzate era caduta preda di una crisi respiratoria di chiara natura nervosa, rapidamente aggravantesi. Si faceva vento con la mano vicino alla bocca, e gli occhi bellissimi erano spalancati e pareva stessero per uscire fuor dalle orbite come quelli di una ranocchia. Eleonora cercava di rincuorarla con discreti colpetti vibrati sulla schiena scossa dai violenti tentativi di riempire d’aria i polmoni.
Il notaio Codicillo, senza scomporsi, allungò la mano verso il campanello, e nuovamente la porta si aprì lasciando entrare la segretaria. Questa si posizionò di fronte a Rosemary e subito estrasse dalla tasca della giacca blu un flaconcino spray. Lo spruzzo del medicinale investì il viso della giovane fra naso e bocca, e dopo un paio di minuti la bella Rosemary aveva riacquistato una respirazione normale, pur mantenendo un’espressione affranta.
***
“E ora, mie care, mi rivolgo a voi tutte insieme per palesarvi un ultimo segreto. A quest’ora avrete certamente già celebrato il mio funerale laico, vero? Intendo, una di quelle turpi pagliacciate a base di discorsi politici, brindisi, pugni chiusi levati al cielo e quell’orrenda canzonaccia – che tanto aborro da non volerla neppure nominare – che avrete certamente cantato in coro. Si è trattato, diciamolo pure, di una vergognosa parodia dell’unico vero funerale: quello che si celebra in chiesa. E alla Chiesa della mia infanzia, alla fede di quando ero bimbo, sappiate che ritorno ora che sono al termine della giornata terrena. Ho detto ritorno, ma in realtà non me ne ero mai distaccato del tutto. Solo ne ero distratto, a cagione della vita vissuta accanto a voi sotto le luci della notorietà abbaglianti ed effimere. In un angolo del cuore conservavo però la fede semplice della contadina – perché di contadini io sono figlio, non di maggiorenti di paese, magnati dell’industria o celebri attori – quella fede che si nutre dell’immagine miracolosa, del santino, dell’ex voto, della giaculatoria, della benedizione impetrata e ricevuta in ginocchio dal prete. Insomma, di tutto ciò che per voi è credulità e superstizione. Ed ecco perché qualche giorno fa con questo mio passo ormai incerto, ho varcato l’ingresso di una chiesa e mi sono confessato (oh, quanto a lungo!) ho ricevuto l’assoluzione, e ora posso sperare che Dio voglia accogliermi, come quel padre amorevole che nella parabola accoglie il figliol prodigo, e posso affrontare questo grave passo con qualche serenità”.
Il notaio sospese per un momento la lettura, lanciando un rapido sguardo indagatore sulle tre donne.
Le quali ora gli apparivano in un’attitudine diversa da quella precedente; scemata un poco la passione rabbiosa, si faceva largo nell’animo loro un desolato stupore: avevano vissuto accanto a quell’uomo per tanti anni, e mai lo avevano conosciuto!
“Ora, che dirvi? Posso immaginare i vostri sentimenti. Ho recitato una lunga commedia è vero, ma non ho mentito a me stesso. Ero consapevole dell’inganno, e dentro di me sorridevo, pensando al mio vero io, tanto diverso da quello che tutti credevano, che il mondo credeva. E siccome voi facevate parte di quel mondo, non potevo trattarvi diversamente da esso. Se aveste saputo, prima o poi mi avreste tradito, per dispetto per rabbia o solo per distrazione. Sono certo che, passati i primi momenti di sconcerto, capirete, e penso anche, come vi ho già detto, che per voi non sia di alcuna utilità che altri – a parte il notaio che è tenuto al segreto – conoscano il contenuto di questa lettera.
E ora, mie care, vi lascio per sempre. Nel testamento che tra poco vi sarà letto ho cercato di trattarvi equamente, e se non ci sono riuscito del tutto perdonatemi, pensando che non l’ho fatto apposta. Che Dio abbia pietà di me. Ed anche di voi”.
Il notaio Codicillo appoggiò il foglio che teneva in mano sugli altri già deposti sulla scrivania; poi vi posò sopra i palmi delle mani, come a volerli proteggere, e soprattutto a volerne proteggere il contenuto. Quindi sollevò il viso paffuto e osservò le sue clienti con una certa solennità.
“Sic transit gloria mundi, gentili signore. Se queste cose si sapessero fuori dal mio ufficio, voi capite facilmente cosa succederebbe, data la notorietà del personaggio. Recriminazioni, insinuazioni, sospetti, polemiche di vario genere … Naturalmente, come adombrava il vostro stesso defunto marito, potete decidere di non farne parola a nessuno. Per me, vedete, è la stessa cosa: anche se il mio studio dovesse essere coinvolto in qualche diatriba, esso è abbastanza solido da poter sopravvivere senza problemi. E inoltre, il Montingelli ed io eravamo diventati amici, negli anni. Ci tenevo anche sotto un profilo puramente umano a rispettare a puntino le sue volontà”.
“Quindi, signor notaio, lei sapeva già tutto” osservò Rosemary.
“Siamo in pochissimi a sapere. Tre o quattro in tutto. Ma nessuno di noi dirà nulla”.
Le tre donne si osservarono a lungo, caute, in silenzio. Come per attingere l’una delle altre le riposte intenzioni. Infine Eleonora, la quale credette – e aveva ragione – di aver bene interpretato gli sguardi e le mobili contrazioni dei volti delle altre due, e infine come la più anziana si sentiva in diritto di prendere l’iniziativa, si rivolse al notaio Codicillo e dichiarò con il chiaro consenso delle altre:
“Sia rispettata la volontà del defunto”.
Alfonso Indelicato

6 Commenti

  1. Tutta la mia comprensione per gli studenti di Indelicato, che devono rientrare a scuola dopo le vacanze e sorbirsi questi tome!

  2. Il racconto è ovviamente di propaganda politica , la scelta di pubblicarlo è quindi discutibile, evidentemente non c’è niente da scrivere …

    • No caro anonimo, non è propaganda. Mi sono divertito a scriverlo. Poi può piacere come non. Saluti

  3. Le affermazione fatte nel suo raccontino sono le sue posizioni politiche , ma è ovvio e normale che lo siano. E sono altrettanto certo che le abbia fatto piacere scriverlo , in questo modo fa passare come naturali e universalmente corretti concetti che se fossero stati contenuti in una dichiarazione politica sarebbero stati considerati diversamente , come posizione di parte. Quello che è più difficile da digerire è la scelta di pubblicarlo come se fosse un mero racconto , adesso attendiamo la pubblicazione di un racconto del Telos o di qualche altro personaggio di parte …… P.S. : non è un opera d’arte , ma è scritto almeno in modo decente

    • Gentile Anonimo,
      la scrittura di racconti (non voglio certo dire la letteratura con la L maiuscola) si nutre certo delle posizioni – etiche e politiche – dell’autore. Non è che costui, quando scrive, si disincarna delle proprie convinzioni e diventa altro da sé. O le proprie convinzioni le mette in frigorifero, in attesa di smettere di scrivere racconti e di dedicarsi all’imminente campagna elettorale. Detto questo, grazie del gentile riconoscimento finale.

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