Home Città Indelicato fa parlare “il silenzio dei bagolari”

Indelicato fa parlare “il silenzio dei bagolari”

412
4

SARONNO – Riceviamo e pubblichiamo il racconto del consigliere comunale Alfonso Indelicato sulla vicenda dei bagolari di via Roma.

E così, ora è proprio finita. –
Blok, il saggio bagolaro che tutti gli alberi del lato nord della via Roma riconoscevano come loro consigliere e guida, smosse lentamente le sue fronde più sottili, facendone sortire poco più di un lieve sussurro.
– Così sembra, Brik. – E tornò assorto e silenzioso, immobile nella sua imponenza, come fosse dipinto sullo sfondo della nera notte autunnale.
– Ma non si diceva che il Tribunale degli Uomini aveva emesso un primo verdetto, un verdetto che ci concedeva di vivere, e che quello definitivo sarebbe stato conforme al primo?
La voce di Brik era stata simile a un fruscio acuto e diseguale: l’ansia lo pervadeva. Blok non rispose subito, poi parlò con un quieto brusio, come di una cosa da nulla, e non della sua, della loro fine.
– Non hai udito le parole degli uomini, quando passano sotto le nostre fronde, e ci guardano pensosi o malinconici? In verità, io non sono sicuro di quale peso dare alle loro parole. Sono esseri mutevoli: ora sembrano pensare una cosa, ora un’altra del tutto diversa. Ma ho cercato di ascoltarli con attenzione, unendo un frammento di chiacchiera con l’altro, e credo di aver infine compreso che coloro che comandano, qui in città, hanno escogitato un espediente per fare di noi quello che già avevano deciso di fare. –
A queste parole, tosto trasmesse di ramo in ramo, tutti i bagolari del lato nord fremettero: di quale espediente parlava il saggio Blok? E poiché i loro rami si intrecciavano con i rami dei loro fratelli sul lato opposto, subito quelle parole echeggiarono con un fruscio lieve anche per tutto il filare sud. Con un fruscio lieve, perché i bagolari non usano strepitare. E infine la notizia migrò anche oltre la via Guaragna, e fino agli ultimi edifici cittadini, là dove via Roma piano piano smoriva nel buio. Un passante che rincasava da chissà dove si fermò incuriosito, perché in verità nell’aria fredda non spirava un alito di vento, e non capiva cosa provocasse quello stormire di fronde. Sollevò gli occhi per fissare le mobili chiome degli alberi, poi scrollò le spalle e proseguì il suo cammino, con le mani in tasca per il freddo.
Il grosso Bagok, che da circa un anno fino a quel momento non aveva proferito verbo, così intervenne:
– Parla Blok, quale espediente? – E tosto tacque, perché aveva parlato già assai, per le sue consuetudini.
– Essi fingono di aver cambiato idea, ma non l’hanno cambiata. Poiché sapevano che il Tribunale avrebbe impedito che ci uccidessero, hanno annullato il documento con cui ci condannavano. Ma subito ne hanno approvato un altro che, con parole diverse, dice pressappoco le stesse cose. –
Devo interrompere brevemente il racconto, giunto a questo punto, per fornire alcune delucidazioni, senza le quali non si comprenderebbe la reazione degli alberi non appena le parole di Blok furono recepite.
Bisogna sapere che il bagolaro prova per l’inganno, la simulazione, il tradimento degli altri e quello di se stesso, ma anche per la semplice astuzia, una repulsione naturale e spontanea. Non si tratta dunque dell’arida applicazione di un precetto etico, ma di un disgusto che lo pervade di fronte allo spettacolo non solo della frode, ma di qualunque atto poco meno che limpido. Ne consegue che preferirebbe patire ingiustamente un danno piuttosto che rinunciare al suo punto d’onore. Gli alberi di questa specie sono fatti così: la loro stessa fisionomia imponente, che si innalza nel cielo per linee rette, sembra impersonare un’intima e indefettibile dirittura.
Ora, di fronte a quella che parve loro una sottigliezza degna di miserabili azzeccagarbugli, la reazione fu di sorpresa, poi di incredulità, infine di indignazione.
Ma così come essi usano comunicare, cioè senza concitazione, piuttosto con una pacata amarezza.
Toccò a Blok, quale guida naturale e riconosciuta del filare nord, dare corpo all’indignazione dei bagolari. Prima di parlare egli parve ai fratelli raccogliersi in se stesso, pensieroso.
– C’è qualcosa che gli uomini talvolta fanno, e che ricorda quanto ci sta ora accadendo. –
Così esordì il saggio Blok, e ancora una volta un impercettibile fruscio prodotto dai rami che accarezzavano i rami degli alberi vicini propagò il messaggio per tutta la lunga arteria, dal limitare di Piazza Libertà fino al confine orientale della piccola urbe, silenziosa nella notte ormai avanzata.
– Parla, Blok, spiegaci. – Così incalzò Brik l’impaziente, Brik che aveva fama di chiacchierone solo perché era poco meno laconico dei suoi fratelli.
– Sappiate che gli umani odiano lo starsene con le mani in mano. Chiusi in una stanza senza saper che fare impazzirebbero, poiché li assalgono le loro preoccupazioni, le loro paure, le loro angosce. Per questo hanno inventato tanti giochi futili in se stessi, ma utili a riempire le loro menti, distraendoli dai cattivi pensieri sempre in agguato. Uno di questi espedienti, si chiama gioco delle tre carte. –
Un lievissimo stormire di fronde si levò nella notte.
– Consiste nel mettere su un tavolino, l’una vicino all’altra, tre carte da gioco, ma capovolte, in modo che se ne veda solo il dorso. In mezzo, la carta sulla quale puntare: ad esempio, l’asso di coppe. A quel punto chi tiene in mano il gioco sposta le carte sulla superficie del tavolo con rapidi febbrili movimenti. Terminata l’operazione, i presenti devono indovinare quale delle tre sia l’asso di coppe. È un gioco non solo stupido, ma anche disonesto, perché chi manovra le carte usa la sua abilità per raggirare il prossimo, e trarne talvolta un guadagno illecito. –
Un fruscio più intenso e prolungato si diffuse lungo la via. Non era più la preoccupazione per la loro sorte che così li faceva parlare, ma lo stupore, anzi lo sbalordimento per quella che sembrò loro una pratica vana, oltre che meschina. Oh grande e nobile cuore dei bagolari!
– E cosa ha a vedere questo stupido gioco, con ciò che ci sta accadendo? – ribatté Brik, che non aveva compreso.
– Gli umani stessi parlano di “gioco delle tre carte” per indicare qualcosa che si fa scomparire quando è conveniente, e poi improvvisamente ricomparire, e tutto ciò con un fine subdolo. Non vedi, caro Brik (la grave voce di Blok aveva assunto un tono paterno) che il primo documento con la nostra condanna a morte è come quella carta da gioco che scompare quando torna utile che scompaia, e poi ricompare, sia pure in forma leggermente diversa? – e tacque.
Nell’aria senza vento e senza tempo si levò la voce di Buk:
– Cosa ci resta da fare, saggio Blok? – e la voce fu subito ripetuta da un capo all’altro del lungo viale, mentre nelle loro case gli umani dormivano i loro sonni sereni o inquieti.
Il saggio e avveduto Blok tacque e rifletté a lungo. Non aveva fretta, poiché sapeva che i bagolari rispettavano i suoi silenzi come le sue parole. Poi la sua chioma, ancora folta di foglie nonostante l’autunno avanzato, si mosse lentamente e quasi impercettibilmente, tanto che a un osservatore poco attento sarebbe potuto sembrare immobile. Parlò ai suoi fratelli così, come parlasse a se stesso.
– Non poco ci resta da fare: morire, ad esempio. Voglio dire: farlo con dignità. Non è cosa da poco. A meno che il Tribunale degli Uomini non veda, dietro il velame dei documenti ben scritti da sapienti uomini di legge, il vecchio gioco delle tre carte. Veda insomma la faccia del furbastro dietro la maschera austera del leguleio. E ne provi lo sdegno che tutti noi sentiamo. Dunque fratelli: aspettiamo, e confidiamo. –
Così parlò il saggio Blok. I bagolari tacquero, perché avevano ora molto da meditare. Gli uccellini nei nidi, gli unici che il lieve stormire aveva tenuto svegli, tornarono a mettere il capino sotto le ali. Gli umani dormivano, nelle loro case, sonni sereni o inquieti.

25112019

4 Commenti

Comments are closed.