SARONNO – Urbanistica e non solo nell’intervento del consigliere comunale indipendente Alfonso Indelicato, ecco una sua riflessione sui programmi in vista del voto amministrativo del 20 e 21 settembre.

Riflettendo sui contenuti dei programmi elettorali, sui comunicati e le esternazioni estemporanee di molti candidati, nonché sull’eredità urbanistica che ci lascia l’Amministrazione in scadenza, si possono cogliere due concezioni dell’ habitat  cittadino non solo differenti, ma contrapposte. Sono idee di città a mio avviso alquanto estremistiche, al di là dei toni felpati che caratterizzano in genere la comunicazione politica, e che vado a tratteggiare di seguito utilizzando anch’io, un po’ per celia un po’ per non morire … di noia, qualche innocua iperbole.
La prima è quella che ho definito in epigrafe “villaggio postmoderno”. Alla sua origine vi sono  diverse suggestioni, fra le quali l’ideologia ambientalistica, resistenti residui di anticapitalismo viscerale, la new age, la cosiddetta “decrescita felice” e infine l’uso pervasivo del concetto di sostenibilità.  
Questo ideale si nutre di piste ciclabili, rilevatori di co2, parchi e giardini de-antropizzati, orsi e cinghiali con licenza di uccidere, pannelli solari, pale eoliche, depuratori dell’acqua potabile, domeniche in monopattino, sterminate aree pedonali e feroci misure dissuasive per chi utilizza un’autovettura, massimamente i famigerati Suv, i proprietari dei quali meriterebbero di essere fustigati in piazza, o quanto meno esposti alla gogna.
Storicamente, la più fedele realizzazione di questo ideale si è avuta nel Vietnam del nord ai tempi di Ho Chi Minh, quando l’economia di Hanoi era pressoché cancellata dalla guerra con gli Stati Uniti, l’unico mezzo di locomozione era la bicicletta e l’indumento d’ordinanza per tutta la popolazione  il celebre “pigiama nero” dei Vietcong. Tale prospettiva contava in Italia numerosi affezionati.

La seconda idea di città, affatto diversa come dicevo, si fonda sull’assioma vagamente mussoliniano  “il privato ha sempre ragione”. Questo principio primo ha due  corollari, e precisamente: 1) “Il privato può costruire quello che vuole, basta che paghi gli oneri”, 2) “il privato può costruire dove vuole, e se nell’area che gli interessa c’è qualcosa, la si demolisce”.
Dal primo corollario derivano, ma possiamo ormai dire che sono derivate, tante conseguenze. Per esempio la proliferazione dei supermercati che contribuiscono a sterminare il piccolo commercio, coccolabile sì, ma solo nei programmi elettorali. Per esempio che le nuove edificazioni si possono approvare in Consiglio sulla base di schizzi e cosiddetti rendering i quali poco o nulla hanno a che fare con il manufatto finito, il quale pertanto viene approvato senza sapere come è fatto. Per esempio infine che l’Amministrazione non mette becco sull’aspetto dei manufatti medesimi, respingendo i requisiti di bellezza e armonia dal novero delle proprie competenze. Dal secondo corollario deriva invece che si possano tranquillamente radere al suolo tutti gli edifici che legano la città al proprio passato, che creano una continuità nel tempo e una memoria comune. Subcorollario di tale corollario è che bisogna ricordarsi di definire “rudere” la costruzione da abbattere, per esorcizzare qualsiasi ipotesi di ristrutturazione conservativa.

Avviandomi verso la conclusione, vorrei dire che entrambe le concezioni urbanistiche – qui richiamate in modo certo caricaturale, ma nemmeno troppo, conoscendo i polli (volevo dire: i candidati) – hanno ragione per quello che affermano, ma torto per quello che negano. L’esigenza di salvaguardare la natura è naturalmente sacrosanta, a patto che essa non limiti le libertà fondamentali (che sono del singolo, non delle masse) e che  non si faccia della natura stessa un oggetto di idolatria. Altrettanto sacrosanta è l’esigenza di rinnovare il tessuto urbano: la città non può essere imbalsamata, è piuttosto un organismo che cresce su se stesso, mantenendo integri i suoi edifici storici ma sviluppandosi su di essi, possibilmente in modo armonioso.
Troverà Saronno un sindaco capace di contemperare entrambe le esigenze, entrambe le visioni, ciascuna con la sua anima di verità, senza disumanizzanti estremismi?

Alfonso Indelicato

Consigliere comunale eletto a Saronno

05092020

 

3 Commenti

  1. Io non voglio orsi e cinghiali in casa.
    Vorrei però una sistematica “alberizzazione” della città, perché il caldo anomalo delle estati non è una fake news; mi sta appiccicato alla camicia. Il “servizio alberatura” deve essere considerato come un servizio pubblico comunale pari ad altri.
    Quanto al costruire sono certo che c’è la possibilità di fare le cose per bene:
    mi ha mandato davvero in bestia sentire chiamare “rudere” l’asilo di via Manzoni;
    mi mette tristezza estetica vedere come si è ricostruito all’angolo di Piazza Unità d’Italia;
    mi tira su il morale vedere l’eleganza della ristrutturazione tra Piazzetta Portici e Via Padre L.Monti.
    E’ che qui, parafrasando il grande Don Lisander, ” la bellezza se uno non ce l’ha (dentro), non se la può dare”.

  2. Saronno è una delle città della Lombardia con il massimo numero di appartamenti sfitti… è legittimo domandarsi da dove vengono i soldi investiti nelle porcherie a dodici piani che stanno costruendo? Oppure non ci si può neanche fare una domanda come questa?

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