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Visto da Varese: Vita virtuale, le nuove abitudini indotte dalla pandemia

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di EZIO MOTTERLE
Ormai le rigorose formalità restrittive disposte ciclicamente per decreto vengono recepite con un vago senso di assuefazione, giusto il tempo di considerarne le conseguenze pratiche per la vita personale. Il lockdown resta in effetti profondamente radicato ormai nelle abitudini quotidiane di ciascuno, o meglio, nelle nuove abitudini che in appena un anno sono riuscite a cancellare molte di quelle vecchie, quanto irreversibilmente si vedrà. Era questo il tempo (mancano tre settimane alla Pasqua) consegnato ad esempio alla programmazione di un viaggio, per breve che fosse, obiettivo ormai divenuto chimera tra un rinvio e l’altro delle possibilità di spostamento. Di cene al ristorante resta appena un ricordo, rassegnati ormai un po’ tutti a improbabili performance nella cucina di casa. Persino un caffé al tavolino di un bar sarebbe in grado di appagare la fame di normalità: ma niente da fare, problematico anche rivedere amici e parenti, mentre si studia e si lavora dal tavolo di casa archiviando con qualche rimpianto i consolidatissimi spostamenti andata-ritorno verso banchi e scrivanie. Il tutto con profondo rispetto, finanche ossequioso, per quel sistema di collegamenti online che consente spesso di allargare i limiti angusti della speranza aggrappandosi alla fredda tastiera di un computer. Lungo insomma l’elenco delle nuove abitudini, fatte anzitutto della chiusura forzata tra le mura domestiche, con buona pace persino della gita fuori porta di pasquetta, di cui resterà lo struggente amarcord di un festoso assembramento tipico nell’area prealpina, tra le rive dei laghi e le vette dei colli. Sui ripieghi da adottare davanti alla situazione di emergenza sanitaria, con la grave situazione di disagio che comporta, sono nate ormai vere scuole di pensiero, strategie tese a garantire il massimo di qualità a quella che resta una insopportabile sequenza di anomalie indotte. Si cerca insomma di giocare “in casa” la miglior partita possibile, recuperando attività ludiche o culturali, fisiche o dialettiche, arrangiandosi insomma in attesa di un epilogo non ancora prevedibile. Una vita nuova, dunque, più virtuale che reale. Col rischio però, proprio per effetto della crescente abitudine, di dimenticare quella vecchia. Quella vera.