di EZIO MOTTERLE

Nel Varesotto “crocevia d’Europa” la nuova emergenza bellica spegne di colpo quella luce in fondo al tunnel lasciata finalmente filtrare dall’emergenza sanitaria. Mentre scattano iniziative di solidarietà per i profughi ucraini in tutta la provincia, altre tensioni frastornano l’opinione pubblica mettendo in forse la speranza di una sospirata ripartenza senza più restrizioni. Appesa all’attesa di un futuro quanto mai incerto, mentre peraltro anche la vigilanza sulla pandemia viene mantenuta alta visti i dati comunque ancora rilevanti, Varese fa i conti con l’evoluzione di una situazione economica che rischia una brusca frenata proprio nel momento in cui si attendeva una sostanziosa ripresa, già messa in forse dall’aumento dei prezzi di materie prime ed energia. La ferma reazione dell’Ue è stata subito auspicata dagli imprenditori insieme a uno stop del conflitto. Quanto alle sanzioni esse non avranno, secondo i vertici dell’Unione industriali, particolari impatti diretti sull’export varesino, visto che  nei confronti della Russia e anche verso l’Ucraina le imprese locali non sono particolarmente esposte. Quello che più si teme restano gli impatti relativi a ulteriori aumenti del costo dell’energia e a problemi nel rifornimento di materiali. La prospettiva è chiara: la ripresa già in rallentamento rischia di perdere ulteriore velocità a causa di una crisi internazionale dai risvolti al momento imprevedibili. >Si chiede anzitutto di dare con urgenza risposte strutturali per diminuire la dipendenza dal gas russo. Limitati in ogni caso gli effetti sull’interscambio commerciale, a cominciare da quello delle maggiori imprese industriali. Nei primi nove mesi del 2021 (dati Univa) Varese ha esportato in Russia beni per 121 milioni di euro, per oltre il 60% relativi a macchinari prodotti sul territorio; nello stesso periodo le esportazioni di Varese in Ucraina sono state pari a 17 milioni di euro, per un quarto costituite da prodotti chimici. Non è dunque il valore assoluto della produzione scambiata coi due Paesi ad allarmare l’economia quanto il clima creatosi sul fronte del commercio internazionale dinanzi all’aumento vertiginoso dei costi di produzione in uno scenario aggravato dal fragore delle armi. Senza contare ovviamente gli effetti sulla mobilità internazionale strettamente connessa alla tenuta del turismo. Si attendono gli eventi, sperando che di emergenza in emergenza non si debba fare i conti con un brillante crocevia pieno di prospettive diventato rapidamente una mesta periferia carica di problemi. Si vedrà.