Da Underdogs a The End: la nuova stagione Contemporanea del Giuditta Pasta
27 Agosto 2026

SARONNO – La rassegna Contemporanea 2026/2027 del Teatro Giuditta Pasta di Saronno riunisce alcune delle voci più originali e significative della nuova scena italiana, costruendo un percorso attraverso le grandi questioni del nostro tempo. Identità, desiderio, memoria, vulnerabilità e rapporto con la fine della vita si intrecciano in un cartellone che mette al centro l’essere umano e le sue contraddizioni, affrontando anche temi come la violenza nelle relazioni quotidiane, la crisi dell’individuo contemporaneo e la difficoltà di costruire rapporti autentici.
Il percorso si sviluppa attraverso sei spettacoli, differenti per linguaggi e prospettive ma accomunati dalla volontà di interrogare il presente e quelle radici profonde che continuano a definire il nostro modo di abitare il mondo. Ad aprire la rassegna sarà Underdogs del Collettivo Ruth, seguito dall’anteprima nazionale de L’Uomo che brucia, tratto dal romanzo di Alban Lefranc. Il cartellone proseguirà con Sarfatti di Angela Dematté, Il miracolo di San Sebastiano e Per sempre di Alessandro Bandini, fino alla chiusura affidata a The End di Babilonia Teatri.
Un viaggio tra violenza e consenso, identità e accettazione, amore e desiderio, fino alla riflessione sulla morte e sulla fragilità umana, attraverso spettacoli che affrontano il presente con linguaggi e sensibilità differenti.
Gli appuntamenti
Venerdì 30 ottobre, alle 20.45 – Underdogs
Underdogs è uno spettacolo del Collettivo Ruth, con regia e coreografia di Giovanni Consoli e musiche di Isacco Basilotta, Francesca Cordone e Ludovico Di Meco. In scena Aichatou Cherif, Giovanni Consoli, Lorenzo Leopoldo Egida e Ilaria Felter. La produzione è della Compagnia Arearea, con il sostegno della Fondazione Culturale Giuditta Pasta.
“E pensare che era un ragazzo normale.” Normale. Parola comoda, parola che assolve, parola che sposta lo sguardo. Perché se lui “era normale”, allora il problema non esiste – o meglio, esiste altrove, in qualcun altro, in qualcuno che già solo a guardarlo ti aspetti il peggio. Il migrante, il povero, l’emarginato. Su quelli il dito scatta da solo. Su quelli è persino ovvio. Ma la violenza non ha il decoro che le attribuite.
Nasce a tavola, nasce sul divano, nel letto, nasce tra persone che si conoscono da anni e si chiamano ancora per nome. Si insinua come pressione, come ricatto, come controllo – e quando esplode lo fa sempre addosso alle stesse persone. Quasi sempre donne. Quasi sempre tra quelle mura che chiamiamo casa. Allora accomodatevi, quello che state per vedere sono proprio loro – i perdenti, gli ultimi, quelli da cui ve lo sareste aspettato. Finalmente potete stare tranquilli, la casella è quella giusta, il pregiudizio è salvo. Fanno esattamente quello che avevate già deciso che avrebbero fatto – quindi non scandalizzatevi. Prendete nota, semmai, potreste riconoscere qualcuno. Finché continueremo a pensare che la violenza non sia seduta accanto a noi, staremo sempre scegliendo chi proteggere.
Venerdì 13 novembre, alle 20.45 – L’uomo che brucia
Anteprima nazionale. Lo spettacolo è liberamente tratto dal romanzo L’Homme qui brûle di Alban Lefranc, con adattamento e regia di Ugo Fiore e Alfonso De Vreese in scena. L’animazione video è di Luca Fiore, mentre suono e luci sono di Alessandro Di Fraia, con la consulenza musicale di Federica Furlani. La produzione è di Artisti Drama APS, LAC Lugano Arte e Cultura e Proxima Res, con residenza produttiva Carrozzerie n.o.t e il sostegno del Teatro Giuditta Pasta di Saronno. Si ringrazia Alban Lefranc per la fiducia, l’attenzione e la generosità con cui ha accompagnato questo lavoro.
Non viviamo più in un’epoca, ma in una scadenza. La frase di Günther Anders apre il romanzo di Alban Lefranc come una frattura. E da lì nasce questo adattamento teatrale: un’immersione incandescente dentro una mente che non riesce più a raffreddarsi. Siamo in una città riconoscibile e insieme deformata. Tutto è familiare – le strade, i caffè, i palazzi – ma qualcosa è leggermente spostato, abbastanza da renderlo inquietante. Gli attentati non sono più eccezioni, ma una presenza quotidiana, quasi meteorologica. Il centro si trasforma, le regole cambiano, il reale si adatta a una logica che non sorprende più nessuno. È un mondo che non sembra futuro: è il nostro, visto da troppo vicino. In questo scenario seguiamo Luc, scrittore ossessionato dal suo progetto: un libro totale, impossibile, che dovrebbe contenere tutto. Un’idea che lo tiene in vita e allo stesso tempo lo paralizza. Perché più prova a racchiudere il mondo, più il mondo gli sfugge. Luc assiste alla catastrofe come da uno schermo. La commenta, la ordina, la pensa, ma non riesce ad attraversarla. Le parole si sgretolano, i significati si allentano, la realtà perde presa. È un naufragio dentro il linguaggio. Anche il desiderio si deforma. Lo sguardo non incontra più l’altro, lo trasforma. Ogni corpo diventa immagine, frammento, superficie. La pornografia non è solo un tema: diventa una lingua interiore, un modo automatico e distorto di abitare il mondo, che contamina anche i legami più intimi.
Persino l’amicizia più antica – l’unico possibile rifugio – viene risucchiata in questo flusso. Un legame nato nell’infanzia, nella fuga, nella sopravvivenza, che oggi si carica di ambiguità, proiezioni, derive. L’altro diventa insieme specchio e perdita, presenza e fantasma. L’uomo che brucia è un viaggio dentro un pensiero che si surriscalda fino a consumarsi. Una domanda sospesa senza protezione: cosa resta quando le parole non tengono più, quando il desiderio non incontra, quando il mondo non si lascia più abitare?
Venerdì 11 dicembre, alle 20.45 – Sarfatti
Sarfatti vede in scena Claudia Coli, con testo di Angela Dematté, da un’idea di Massimo Mattioli e regia di Andrea Chiodi. Le scene sono di Guido Buganza, i costumi di Ilaria Ariemme, le musiche di Daniele D’Angelo e le luci di Orlando Cainelli. Lo spettacolo è prodotto da Goldenart Production, Mart – Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, Teatro Stabile di Bolzano e Centro Servizi Culturali Santa Chiara di Trento, con il sostegno del Ministero della Cultura – Direzione Generale Spettacolo.
Una donna attraversa la soglia della redazione del Popolo d’Italia. È il giornale appena fondato da Benito Mussolini dopo la rottura con l’Avanti. Quella donna è Margherita Sarfatti: intellettuale, critica d’arte, collezionista, anima brillante della cultura europea del suo tempo. Ebrea, colta, indipendente. E soprattutto figura centrale – spesso rimossa – nella costruzione del mito del futuro Duce. Attorno a lei prende forma una delle stagioni più complesse e contraddittorie del Novecento italiano, dove arte e politica si intrecciano in modo indissolubile e dove l’immaginario diventa uno strumento di potere.
Lo spettacolo nasce da un’idea di Massimo Mattioli e Claudia Coli, ed è scritto da Angela Dematté. La regia è di Andrea Chiodi, con scene di Guido Buganza, costumi di Ilaria Ariemme, musiche di Daniele D’Angelo e disegno luci di Orlando Cainelli. In scena, Margherita Sarfatti non è soltanto un personaggio storico, ma una donna che torna a interrogare la propria vita, il suo ruolo nella nascita del gruppo Novecento, il rapporto con gli artisti che ha sostenuto – da Boccioni a Sironi, da Funi fino allo stesso Mussolini – e soprattutto il legame complesso con l’uomo che ha contribuito a trasformare in simbolo. Attraverso il suo sguardo, lo spettacolo ripercorre una storia fatta di intuizioni, passioni, scelte, ferite. Una vita in cui la creazione artistica e la costruzione del potere si specchiano continuamente, fino a confondersi. La regia di Andrea Chiodi restituisce Margherita Sarfatti nella sua complessità più autentica, non soltanto figura storica o “ombra” accanto al potere, ma donna di pensiero e di azione, capace di influenzare profondamente un’epoca e poi di esserne esclusa. Lo spettacolo la incontra proprio nel momento della separazione, dell’allontanamento, dello sguardo che si apre sul passato per provare a comprenderlo. E in quell’incontro riemerge una domanda ancora viva: quanto l’arte può costruire la storia, e quanto la storia finisce per tradire chi l’ha immaginata?
Venerdì 29 gennaio 2027, alle 20.45 – Il miracolo di San Sebastiano
Il testo è di Matthieu Pastore, con regia di Aldo Cassano e in scena Giuseppe Affinito e Matthieu Pastore. Il sound design è di Antonio Spitaleri, l’aiuto regia di Natascia Curci, le scene di Aldo Cassano e Lucia Lapolla, i costumi di Lucia Lapolla e le luci di Giuseppe Sordi. La produzione è di Animanera E.T.S.
San Sebastiano, con il suo corpo giovane trafitto dalle frecce, attraversa i secoli fino a diventare un’icona inattesa: non solo figura del martirio cristiano, ma immagine potente che ha trovato spazio anche nell’immaginario contemporaneo, in particolare nella cultura queer e nell’estetica del corpo.
Questo progetto teatrale parte proprio da qui: dall’incontro tra agiografia e presente, tra mito religioso e identità di oggi, per interrogare il modo in cui ci vediamo – e veniamo visti – nel mondo. In scena, due attori ricostruiscono la storia del santo come una sorta di moderno “mistero”, tra narrazione, evocazione e immagini simboliche. Sebastiano diventa così una figura profondamente contemporanea: un corpo esposto allo sguardo, attraversato dal dolore, ma anche dalla possibilità di trasformazione. Le frecce che lo colpiscono non sono solo segni del martirio, ma anche simboli dello sguardo degli altri, del giudizio, dell’esclusione e della visibilità. Il suo corpo efebico e vulnerabile diventa specchio di chi si interroga sulla propria identità e sulla difficoltà di affermarla in un mondo che tende a definire, classificare, normalizzare. Il progetto indaga anche un passaggio spesso rimosso della sua leggenda: il ritrovamento del corpo e il gesto di cura che gli viene restituito, segno di una possibile redenzione fatta di attenzione, compassione e riconoscimento. Attraverso una struttura per “stazioni”, lo spettacolo segue il percorso del santo come una via interiore: un viaggio tra ferita e accettazione, tra dolore e riconoscimento di sé. Un racconto che si interroga continuamente su cosa significhi diventare visibili, e a quale prezzo. San Sebastiano diventa così una domanda aperta sul presente: è martirio o è trasformazione? È dolore o è rivelazione? Forse entrambe le cose. Forse, ancora oggi, è il nome di un possibile miracolo: quello di imparare a essere sé stessi.
Venerdì 19 febbraio 2027, alle 20.45 – Per sempre
Per sempre propone testi tratti da lettere e cartoline inedite di Giovanni Testori ad Alain Toubas, I Trionfi di Giovanni Testori, dediche private e cartoline inedite di Giovanni Testori ad Alain Toubas, I Trionfi. Alessandro Bandini è autore e interprete, con dramaturg Ugo Fiore, sguardo esterno di Alessandro Sciarroni, coaching di Tindaro Granata, consulenza per lo spazio scenico di Giulia Pastore, disegno luci di Elena Vastano, styling di Ettore Lombardi, consulenza musicale di Federica Furlani e tecnico luci, audio e video Alessandro Di Fraia. La produzione è di LAC Lugano Arte e Cultura in coproduzione con Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, CTB Centro Teatrale Bresciano, Emilia Romagna Teatro ERT/Teatro Nazionale, in collaborazione con Casa Testori, Institut Culturel Italien de Paris e La Corte Ospitale di Rubiera, con il sostegno di Inteatro Residenze e Fondazione Armunia. Le foto sono di Masiar Pasquali.
C’è una particolare emozione nel poter incontrare un grande artista attraverso la sua voce più intima. Non quella delle opere destinate al pubblico, ma quella affidata alle lettere d’amore. Da questa scoperta nasce Per sempre, il nuovo lavoro di e con Alessandro Bandini, vincitore del Premio Mariangela Melato. Lo spettacolo prende vita da un materiale straordinario: oltre duemila lettere inedite che Giovanni Testori scrisse tra il 1959 e il 1962 ad Alain Toubas, il giovane francese che sarebbe stato compagno di una vita. Pagine mai pubblicate, custodite per decenni, che raccontano un amore assoluto, febbrile, attraversato dal desiderio, dalla paura dell’abbandono e da un bisogno sconfinato di essere amati. Più che una biografia, Per sempre è un viaggio dentro il cuore di un uomo e dentro il mistero dell’amore. Le lettere diventano materia viva, rivelando un Testori inedito e sorprendente: fragile, appassionato, vulnerabile. Un uomo che, scrivendo all’amato, sta già costruendo quella lingua poetica che darà vita ai suoi celebri Trionfi.
In scena, Bandini trasforma questo immenso carteggio in una drammaturgia originale e intensa, dove la parola privata si fa teatro, memoria e presenza. Ne emerge il ritratto di un sentimento che supera il tempo e la distanza, un amore che cerca nella scrittura una forma di eternità.
Per sempre è un racconto sulla necessità di amare e di essere amati, sulla paura di essere dimenticati e sul desiderio profondo di lasciare una traccia di sé nell’altro. Un’esperienza teatrale delicata e travolgente, che restituisce tutta la forza umana e poetica di una delle voci più importanti del Novecento italiano.
Venerdì 9 aprile 2027, alle 20.45 – The End
The End è di Valeria Raimondi e Enrico Castellani, con la collaborazione artistica di Vincenzo Todesco e con Valeria Raimondi, Enrico Castellani e Luca Scotton. Le scene sono di Babilonia Teatri, Gianni Volpe e Luca Scotton, mentre luci e audio sono di Babilonia Teatri e Luca Scotton. I costumi sono di Babilonia Teatri e Franca Piccoli. Le foto sono di Marco Caselli Nirmal e Sara Castiglioni; Francesco Capitan. La produzione è di Babilonia Teatri e SCARTI Centro di Produzione Teatrale d’Innovazione.
Quindici anni dopo il suo debutto, The End torna in scena con la stessa forza necessaria e disarmante di allora. Uno spettacolo che non parla semplicemente della morte, ma del modo in cui scegliamo di non guardarla. Viviamo in un tempo che celebra la giovinezza, l’efficienza, la performance. La vecchiaia si nasconde, la malattia si allontana, la morte si confina ai margini della vita quotidiana. Eppure, continua a essere lì, presenza silenziosa e inevitabile, pronta a ricordarci la nostra fragilità. Con il linguaggio diretto, poetico e spiazzante che contraddistingue Babilonia Teatri, The End attraversa le paure, le rimozioni e le contraddizioni del nostro tempo, aprendo uno squarcio su ciò che preferiremmo ignorare. Lo fa senza retorica, alternando ironia e commozione, rabbia e tenerezza, in un equilibrio che colpisce con la forza di un pugno e consola con la delicatezza di una carezza.
Nato da un’esperienza profondamente personale e oggi riallestito alla luce di nuovi attraversamenti della vita, lo spettacolo conserva intatta la sua urgenza. Anzi, forse oggi parla ancora più forte. Perché il desiderio di sfuggire al tempo, di allontanare ogni fine, sembra essere diventato una delle grandi ossessioni contemporanee. The End ci invita a guardare ciò che normalmente resta fuori campo: i corpi che invecchiano, gli addii, le assenze, la vulnerabilità che ci accomuna. E lo fa con quello sguardo pop, rock e profondamente umano che ha reso Babilonia Teatri una delle realtà più originali e premiate della scena contemporanea. Uno spettacolo feroce e poetico, che ci costringe a guardarci allo specchio. Per ricordarci che parlare della fine significa, in fondo, parlare della vita.
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