SARONNO – “Sono usciti davvero tanti spunti sul dolore generale, sulla presa in carico, sull’accettazione, sulla partecipazione, sull’addorsarsi il dolore degli altri (il prenderne in carico), ma anche sul “svestirci” da esso per non condizionare la vita delle volontarie stesse. Si è parlato del “soffrire in silenzi – ed – urlare dal dolore”, delle distanze, delle ferite, delle differenti culture, di donne, tante donne, violenze psichiche e fisiche”. Così l’artista Elisa Rossini racconta il laboratorio “Ricamare il dolore” realizzato a conclusione della mostra “Storie di fili. Il cuore, la città, il mondo” al Museo Gianetti di via Carcano di Saronno.

La cosa più difficile è la cicatrice che rimane, non tanto quella fisica, visibile, quanto quella psicologica. Si è parlato della formazione e del continuo aggiornamento: la ricerca medica/scientifica procede, ed i metodi di una volta vengono sostituiti da metodi più efficaci, ma anche le malattie (mentali) che una volta non erano socialmente riconoscibili, ora lo sono (prima si veniva rinchiusi negli ospedali psichiatrici o ancora nei manicomi, adesso ci sono strutture di supporto che creano rete con il territorio: non si è più lasciati a sè).
Si è parlato di individualità, di confronto, di lavoro di equipe (il lavoro performativo ne è la testimonianza: più volontarie a ricamare allo stesso pezzo oltre al fatto che l’abito finale è dato dal lavoro di più persone: dalla ricerca artistica, dall’organizzazione museale, dalle volontarie, dai partecipanti…), di equilibri e di strade possibili.
La strada è ancora tanta, ma un piccolo gesto come quello che è stato fatto al laboratori può e deve sensibilizzare tutti”.

La performance, il gesto simbolico, è durata oltre le due ore e mezza, l’abito, il risultato finale nonchè il simbolo, è stato realizzato, “i racconti, quelli, ce li porteremo sempre dentro, sperando di trasformarli in altri gesti, atti di coinvolgimento territoriale e non solo” ha concluso l’artista.